Quartiere Pianello

Salviamo San Pietro Montalcino Toscana

 

 

La Compagnia di San Pietro in Montalcino nel tardo medioevo

di 

Maria Cristina Paccagnini

 

 

HOME

INTRODUZIONE

Negli anni bui dell’alto medio evo, quando il mondo conosciuto si fermava ancora alle “Colonne d’Ercole”, Montalcino già si ergeva da secoli su un colle in posizione favorevole sia per difendersi dalla natura maligna che mieteva vittime nella vicina Maremma con la malaria, sia dai nemici; quei nemici, una volta i senesi, un’altra volta i fiorentini che vedevano quella posizione altamente strategica per le loro mire espansionistiche.

Purtroppo un incendio nell’archivio della Chiesa di S. Agostino nel 1444 distrusse gran parte della documentazione di Montalcino: cartapecore, fascicoli, manoscritti duecenteschi andarono irrimediabilmente e per sempre persi e con essi bruciò gran parte della storia più remota.

Probabilmente, proprio per questo motivo, non si hanno molte notizie sulla costruzione di S. Pietro e i lavori che negli anni si sono succeduti, si possono oggi solo ipotizzare.

A differenza della costruzione della Chiesa, si hanno molte informazioni su quella compagnia che lì operò per oltre cinquecento anni,

Sulle compagnie disciplinanti e flagellanti che prendono le mosse dai rinnovati sentimenti penitenziali, sorte un po’ dovunque nel 1300, i fondi archivistici rilevano parecchi documenti che provano come a Montalcino se ne siano costituite due nel corso del Trecento: la Compagnia di San Pietro e la Compagnia di Santa Croce. Entrambe possedettero solidi patrimoni economici a garanzia delle loro attività di assistenza e mutuo soccorso, derivati da estese proprietà terriere, beni immobili fuori e dentro la città, in modo particolare come frutto della larga presa sugli strati sociali più disparati.

Le due compagnie di disciplinati divengono importanti centri di associazionismo a scopi religiosi e penitenti, ricevono parecchi “fratelli” e si danno delle strutture interne ben precise.

I primi Capitoli della Compagnia di San Pietro, conservati all’Archivio di Stato di Siena nel fondo “Patrimonio Resti Ecclesiastici e Compagnie”, risalgono al 1330: essi sono un documento importante per conoscere la struttura interna e le attività che la contraddistinsero nel campo dell’associazionismo laico.

Non appena costituita ebbe problemi di stanziamento. I fratelli parteciparono da subito alla costruzione e all’ampliamento della Chiesa di San Francesco nella parte che riguardava la Cappella della SS.ma Annunziata, in seguito occuparono la Chiesa di San Pietro.

L’espansione considerevole delle proprietà e i larghi proventi che ne seppe trarre, oltre che la ricchezza dei testamenti degli associati e di altri benefattori, la resero di grande importanza nel Trecento e tanto potente che nel 1363 costruì un’altra chiesa nei dintorni di Montalcino, in quelle terre che essa governava che dai documenti appare come la chiesa di Santa Maria delle Grazie.

La Compagnia di San Pietro è un sodalizio di disciplinati animati da un forte spirito di carità e di devozione.

Essa rimase in vita per molti secoli senza interruzione fino a che il 1° maggio 1785 fu soppressa per decreto del Granduca Pietro Leopoldo di Toscana insieme agli altri sodalizi della città.

I Capitoli del 1330 fanno pensare che essa sia sorta nei primi decenni del XIV secolo ma che si sia data una vera e propria organizzazione soltanto con gli Statuti del 1330.

Le norme trascritte in questo primo Statuto ebbero una lunga validità tanto che fino al 1450 non troviamo altre leggi che le sostituiscono se non quelle del 1332 che costituiscono un chiarimento e un completamento di quelle del 1330.

Ogni anno tuttavia dovevano essere nuovamente approvate.

Compilati dal Priore e dai componenti il Consiglio, tali ordinamenti, prima di entrare in vigore, dovevano ottenere il parere favorevole della maggioranza dei due terzi dei fratelli presenti.

L’Ufficio, riunione durante la quale il Priore si occupava di tutti gli affari della Compagnia, compresa la considerazione delle mancanze commesse dai fratelli ai quali venivano assegnate le pene ritenute più giuste, era costituito, nel 1330, da un Priore, un Camerlengo e un consigliere, successivamente da quattro membri e fu aggiunto un Procuratore. Nel 1370 troviamo anche il Massaro, tre o quattro addetti alla raccolta delle elemosine e un consigliere aggiunto, oltre a tre correttori degli ordini e a due fratelli con la carica di revisori dei conti del Camerlengo.

L’Ufficio, che si riuniva ogni venerdì e ogni domenica, durava in carica due mesi ma le elezioni si svolgevano ogni sei mesi, quando venivano nominati tutti coloro che avrebbero ricoperto le cariche nei tre bimestri successivi.

La direzione, la responsabilità morale e l’esercizio del potere di condanna dei confratelli che non hanno rispettato le regole, spetta al priore eletto da tutti gli iscritti e non nominato dall’autorità ecclesiastica, segno questo del carattere nettamente laico della loro religiosità. Il Priore ammonisce, corregge, punisce e se del caso espelle; cura l’osservanza degli Statuti, presiede le riunioni, regola la disciplina, le processioni e ogni aspetto della vita dell’associazione.

Accanto troviamo il Vicario che coadiuva il Priore nell’espletamento del suo compito e lo sostituisce quando questi si assenta da Montalcino.

All’amministrazione provvedeva il camerlengo che riceveva le quote sociali, le offerte e la pecunia derivante dalle pene inflitte. Il suo compito era anche la salvaguardia  dei beni della Compagnia. Allo scadere del mandato, doveva sottostare  alla revisione dei conti; se questi non tornavano era sottoposto ad una serie di multe e, se non aveva denaro per pagare, doveva disciplinarsi per tutto il tempo che durava la recita di 25 Pater e 25 Ave Marie.

Il Procuratore custodiva i beni mobili della Compagnia: le cappe, i cordoni, i calici, le tovaglie, raccoglieva le offerte delle candele e quelle fatte durante la messa che dovevano servire esclusivamente per pagare il prete che andava ad officiare nella loro chiesa.  Custodiva anche  un libro molto importante dove erano trascritti  i testamenti e elencati i lasciti e l’inventario di tutti i possedimenti.

Al Massaro invece erano affidati, fra le altre cose mobili, sedici testamenti e alcuni privilegi fra cui quello rilasciato dall’Abate di Sant’Antimo, Arcolano, che consentiva ai fratelli di accostarsi al sacramento della comunione nella sede della Compagnia nonché l’atto di riconoscimento ufficiale della Confraternita redatto a Siena in Consiglio Generale nel 1365.

Altri fratelli avevano il compito di vendere, alienare, dare in elemosina il frutto dei lasciti; essi avevano piena libertà su tutti i possedimenti della Compagnia.

Le eventuali mancanze erano punite con pene pecuniarie e con l’obbligo di andare disciplinandosi per tutte le chiese di Montalcino.

Anche il Consiglio aveva potere deliberativo e si riuniva ogni qual volta se ne presentava l’occasione per discutere dei vari problemi di organizzazione e di amministrazione, dalla correzione degli ordinamenti, all’ammissione di nuovi fratelli, dalla distribuzione dei beni alle persone indigenti a tutto ciò che riguardava il bilancio, i testamenti, i lasciti, i contratti d’affitto e di vendita dei beni; nei casi più gravi si prendevano anche decisioni circa i provvedimenti disciplinari nei confronti di qualche fratello della Compagnia.

Gli Statuti della Compagnia di San Pietro contengono anche delle indicazioni e delle regole per i fratelli della Fraternità della SS.ma Annunziata della quale facevano parte tutti quelli della Compagnia stessa di cui la Fraternita era una derivazione.

Quando questa ebbe origine e perché dipendesse dalla Compagnia non lo possiamo sapere a causa delle scarse notizie che dai documenti della Compagnia appaiono a questo proposito. Tuttavia sappiamo che essa aveva la propria sede nella Cappella della SS.ma Annunziata in San Francesco . Questa formava la crociera della Chiesa. Principiata ad edificare nel luogo in cui sorgeva anticamente la chiesa di San Michele Arcangelo, invocato come protettore della Città e in modo particolare del Terzo di Montalcino dove nel 1297 si fabbricava la chiesa grande. Nel 1368 la costruzione fu seguitata da alcuni fratelli della Compagnia di San Pietro e di altre e specialmente da un certo Nuccio di Menchino che dotò la cappella dell’altare dove la Compagnia doveva far celebrare in sua memoria alcune messe. Per questo motivo lasciò gran parte dei suoi beni alla Compagnia. Nei tempi passati, per quanto detto, si è creduto che la Fraternità e la Compagnia fossero lo stesso sodalizio anche perché vi troviamo poi associate le medesime persone. Questo aveva fatto dedurre che la Compagnia non avesse una sede propria fino a che non entrò in possesso della chiesa di San Pietro, ma che si riunisse nella Cappella della SS.ma Annunziata dove invece officiava la Fraternità stessa.

Negli statuti troviamo specificato l’ammontare della somma da pagare all’Arciprete (probabilmente quello della Chiesa di San Lorenzo che troviamo rammentato più volte nei documenti) per l’affitto dei locali adibiti proprio a tale uso. Ma si parla anche di una chiesa propria della Compagnia, ben distinta dalla Cappella della SS.ma Annunziata. Il fatto poi che si sia scelto come protettore San Pietro ci induce a credere che fin dal suo sorgere la Compagnia svolgesse le sue pratiche religiose proprio in quell’antica chiesetta che si trovava nel terzo di Sant’Angelo in Castelvecchio e che nei documenti riguardanti la storia di Montalcino troviamo nominata come San Pietro in Greta. Se si accetta questa ipotesi ci si spiega anche perché per celebrarvi le messe e impartirvi il sacramento della Comunione occorresse la licenza dell’Abate di Sant’ Antimo, sotto la cui giurisdizione era quella chiesa insieme a molte altre, e a cui si doveva pagare un determinato censo. Inoltre, mentre molte confraternite si stabilirono presso i conventi, accadeva anche che tante altre preferirono rimanere indipendenti e volendo avere una sede propria raccolsero presto i fondi necessari per acquistare una casa, per costruire un oratorio dove praticare i loro esercizi di preghiera e di disciplina, un locale come centro amministrativo e talvolta un ospizio per pellegrini e poveri ammalati. Il Vescovo esercitava il suo controllo attraverso un proprio delegato chiamato visitatore.

Il Papa e l’Abate di Sant’Antimo concessero numerose indulgenze alla Compagnia, alcune delle quali erano specifiche per la Fraternità della SS.ma Annunziata. Nel 1398 anche il Papa Bonifacio IX, come l’Abate di Sant’Antimo, concesse la licenza della confessione e della comunione nella chiesa della Compagnia per due volte l’anno.

Diveniva confratello colui il quale, attraverso una votazione segreta in seguito ad informazioni assunte, era stato giudicato dal Consiglio persona devota e di sani principi morali; veniva quindi sottoposto al pagamento di una tassa di 5 soldi, all’offerta di un cero di una libbra del valore di 27 soldi, all’obbligo della confessione e della comunione e all’acquisto della veste composta da una cappa formata da un umile sacco con uno strappo sulla schiena per la pratica della flagellazione, legata in vita da una corda e munita di cappuccio, da una corda e dalla disciplina. Un confratello doveva garantire per lui, sia dal punto di vista spirituale che economico. La cerimonia d’investitura era solenne e contemplava anche la pratica della disciplina.

L’ingresso nella Compagnia non era limitato soltanto agli abitanti di Montalcino ma dal 1356 veniva accettata nel sodalizio anche la gente delle terre vicine e coloro i quali non avevano compiuto venticinque anni.

Ogni mese ciascun confratello doveva versare una quota sociale pari a sei denari; tale somma, come constatiamo dal libro delle entrate, va a diminuire in certi periodi fino ad arrivare ad un soldo.

L’elenco dei soci era scritto su una tavoletta affissa nella casa della Compagnia.

Negli Statuti non si fa alcun cenno all’affiliazione delle donne. Tuttavia da documenti posteriori si sa che venivano ricevute come “comisse”, che portavano nella Compagnia i loro beni mobili e immobili che alla loro morte rimanevano al sodalizio. Non esistono altri documenti che ne testimonino la partecipazione alla vita attiva della Confraternita e alle pratiche religiose. In alcun sodalizio si accenna alla partecipazione delle donne alla pratica spettacolare della flagellazione. Anche dopo il 1260-61, quando le confraternite si furono meglio organizzate, le donne rimasero escluse sia dalle associazioni che dalle adunanze degli uomini, benché potessero assistere come spettatrici alle flagellazioni pubbliche.

L’esclusione era giustificata non soltanto dal pudore che impediva loro di svestirsi per la flagellazione in presenza altrui ma anche e soprattutto dall’usanza di rifiutare ogni loro partecipazione attiva alla vita pubblica e di conseguenza anche alle sedute di qualsiasi associazione. Le spose dei membri della Confraternita erano considerate tuttavia come aventi diritto ai beni spirituali dell’associazione cioè alle preghiere e alle azioni meritorie, ai suffragi per i vivi e per i defunti ed al funerale alla presenza di tutti i membri della confraternita convocati per la circostanza.

I disciplinati si riunivano solo per la recita delle preghiere e per le altre manifestazioni di culto penitenziale e di carità; per altro, in quanto laici, essi vivevano la loro vita familiare e professionale.

Gli obblighi ai quali erano sottoposti riguardavano non solo le pratiche religiose ma davano delle norme di comportamento da tenere sempre presenti per non incombere in gravi penitenze o essere cacciati dal sodalizio.

Il più importante era l’obbligo dell’obbedienza sia al Priore sia agli ordini emanati.

Seguiva quello di accostarsi ai sacramenti: alla confessione in pubblico una volta al mese, alla comunione per lo meno due volte l’anno. Molti erano i trasgressori, a giudicare dalle lunghe liste di fratelli che venivano cacciati per essere stati troppo a lungo lontani dal sacramento della confessione.

Anche la presenza nella chiesa della Compagnia era obbligatoria ogni mattina per la celebrazione della messa, come la recita delle preghiere in vari momenti della giornata e il recarsi in processione la prima domenica di quaresima e il venerdì santo e andare ad ascoltare la messa in San Francesco una volta alla settimana. Si doveva entrare in chiesa sempre prima che suonasse la campana.

Uno degli scopi della Compagnia era quello di accompagnare i fratelli defunti alla sepoltura , pertanto anche la presenza alle cerimonie funebri era obbligatoria.

Quando un confratello moriva veniva vestito con la veste della confraternita: in suffragio di quell’anima si recitavano 100 Pater Noster e 100 Ave Maria e ci si disciplinava una volta al mese mentre venivano fatte celebrare 25 messe consecutive dai frati di Sant’Agostino.

Un altro obbligo a cui si doveva sottostare era quello del silenzio; alle riunioni si poteva parlare solo se interpellati dal Priore. Inoltre tutti erano tenuti a mantenere il segreto  su tutti i fatti della Compagnia con persone che fossero estranee al sodalizio: in modo particolare l’ordine si riferiva alle decisioni prese dal Priore e riguardanti le penitenze imposte per le trasgressioni commesse non tanto in riferimento agli impegni assunti al momento dell’ingresso nella Compagnia quanto alle aperte violazioni di quel costume di vita che la partecipazione ad una confraternita imponeva: infatti vediamo vietati tutti i giochi d’azzardo come la zara, i dadi, la druzzola, le tavole, l’andare alla taverna, il giuramento, i balli, la lussuria, i canti disonesti, l’usura, le fazioni, le armi,  la frequentazione di altri luoghi disonesti e la compagnia di persone malfamate, l’esprimersi con parole ingiuriose, raccontare storie e fatti immorali, fare tardi la notte : tutto ciò allontanava l’uomo dalle aspirazioni spirituali per avvicinarlo ai piaceri materiali e l’osservanza delle norme comportamentali veniva sempre raccomandata durante le riunioni del Consiglio.

Anche fra di loro i fratelli dovevano comportarsi con il massimo rispetto, senza parlar male l’uno dell’altro, senza chiamarsi con altro nome che non fosse quello di battesimo.

La massima cura era dovuta a tutte le cose per cui erano severamente puniti coloro che arrecavano danno alle proprietà altrui.

La mancanza di rispetto per le donne era grave motivo di allontanamento: chi aveva picchiato o maltrattato o tradito la propria donna non era degno di rimanere.

Il sentimento di fratellanza che costituisce uno dei lati più importanti del cristianesimo che si deve ammirare nelle confraternite medievali non doveva essere ristretto a poche persone conosciute ma doveva comprendere tutti, anche gli avversari. L’odio e il recare offesa erano considerate gravi mancanze, tanto che due dei  confratelli erano incaricati di riconciliare gli avversari quando si accendevano delle zuffe.

Il sentimento di fratellanza si esplicava nelle varie forme di assistenza verso i consoci per le loro necessità spirituali, morali e temporali. A questo si congiungeva quello intimamente religioso di operare il bene per raggiungere la salvezza eterna, sia per amore di Dio che per paura della sua vendetta .

Il comandamento della carità appare sempre presente nelle regole assunte dai disciplinati, strettamente legato al precetto evangelico secondo il quale l’amore di Dio non raggiunge mai la completezza se non è affiancato all’amore per il prossimo

All’assistenza reciproca tra confratelli si unisce così la beneficenza verso gli estranei al sodalizio. Venivano quindi elargiti continuamente aiuti in denaro a bisognosi, per Pasqua si distribuiva il pane fatto dalle madri e dalle mogli dei confratelli e altre volte legna da ardere. I prodotti e i soldi che si davano in elemosina si ricavavano dai possedimenti della Compagnia posti intorno alla collina e nella città stessa. Si aiutavano i frati di San Francesco a sopperire alle loro necessità e ai bisogni della chiesa e si donava il corredo alle giovani  provenienti dalle  famiglie più povere.

L’opera di beneficenza si estendeva anche agli abitanti dei paesi vicini.

L’importanza sociale delle confraternite è evidente: esse accoglievano, affratellandoli insieme fedeli dei ceti più diversi. Furono così mezzo efficace di “pacificazione sociale” perché il profondo legame che li univa non poteva spezzarsi tutto ad un tratto varcata la soglia della cappella allorché rientravano nella vita pubblica.

In massima parte furono formate da soli laici. Ma esistono anche esempi come il nostro di compagnie miste: laici e uomini di chiesa che tuttavia non potevano avere incarichi importanti nella organizzazione del sodalizio. Il nuovo modello di vita cristiana non è più inteso come fuga dal mondo secondo gli schemi monastico- clericali ma come impegno comunitario e mutuo, fraterno aiuto nell’imitazione di Cristo che è appunto penitenza e reciproco amore. Su questa base si inseriscono le secondarie manifestazioni penitenziali e devozionali.

Così nella Compagnia troviamo riunite genti di varia levatura sociale: dai notai agli artigiani, dai piccoli possidenti ai mercanti e ai contadini, oltre a tanta povera gente.

Scorrendo gli elenchi dei confratelli abbiamo potuto ricavare indicazioni circa il mestiere da loro esercitato: sono notai in gran parte, poi lanaioli, tessitori, setaioli, sarti, calzettai, cuoiai, spadai, sellai, medici ( fra cui un certo Corrado Dilfet), barbieri, falegnami, muratori, mugnai, fabbri, carnaioli, mercanti, corbellai, pizzicagnoli, bottegai , fanti, scrittori, maestri .

Alcuni dei fratelli notai ebbero una parte di primo piano nella storia montalcinese di quel periodo assumendo incarichi di grande importanza. Ser Griffo di ser Paolo ad esempio, nominato Sindaco della Comunità ebbe il grande merito di aver riconciliato Siena e Montalcino favorendo l’affiliazione del 1360 e la Repubblica, in segno di gratitudine per le fatiche e l’impegno profusi in tal senso, gli concesse il privilegio di essere esente in perpetuo dagli aggravi personali e reali tanto in Siena come in Montalcino. Altri come ser Filippo di ser Silvestro , come ser Tavena di ser Martino, ser Francesco di ser Cenni, ser Cenni di Dota e ser Pietro di Giovanni Cecchini ebbero importanti incarichi nei rapporti fra Montalcino, Siena e le città vicine.

Non esisteva in Montalcino un’associazione che riunisse gli artigiani e pertanto, molti di loro entrarono a far parte della Compagnia di San Pietro, fra cui Maestro Jacopo, capo dell’Arte della Lana e Filippo di Ciardello che possedeva una fabbrica dove venivano colorate le pelli.

Tutti insieme comunque prestavano la loro opera per i lavori da fare nella casa e nella chiesa della Compagnia o nella Cappella della SS.ma Annunziata.

Altri fratelli erano mugnai presso i due mulini, quello detto “delle liti” e quello “del Fiore “.

Della Compagnia faceva parte anche un buon numero di frati minori che avevano il titolo di “ospedalieri” cioè rettori dei vari spedaletti della città. A differenza dei preti i frati minori potevano anche assurgere alle cariche della confraternita. In alcuni periodi tuttavia troviamo in cima all’elenco dei fratelli, l’Abate di Sant’Antimo e il suo vicario, ammessi direi ad honorem per ottenere privilegi ed indulgenze.

Tutto il resto dei confratelli era dedito ai lavori della campagna, o nei poderi della Compagnia o di altri, dedicandosi anche all’allevamento di alcuni capi di bestiame.

Diversi fratelli provenivano da fuori: da città come Bologna, Siena, Orvieto e dai vicini borghi di San Quirico. Monticchiello, Bibbiano.

Mentre nel 1331 si contano 33 soci, nel 1371 sono già 63 e nel 1449, 79, segno che la Compagnia andava acquistando maggiore importanza nella vita cittadina annoverando nelle sue file un numero sempre crescente di soci i quali trovavano in essa una sicurezza materiale e spirituale di fronte a tutti i problemi dell’esistenza e coprendo certe falle che l’organizzazione comunale lasciava aperte nel campo dell’assistenza.

Nel 1348 la Compagnia entra in possesso di alcuni terreni posti nella campagna di Montalcino e appartenuti a Luca di Segna il quale lascia una vigna, altra terra con il colombaio nella contrada dei Ripaioli, con il divieto di vendita e con l’obbligo di dare l’usufrutto ai poveri.

A questo che appare come il primo testamento a favore della Compagnia, ne seguirono altri simili e donazioni di beni, come scritto negli inventari dei beni del 1353 e del 1385 che riportano più di 17 testamenti fra le carte della Compagnia. Dagli altri inventari e memorie del 1400 e del 1418 i possedimenti risultano aumentati e nell’anno 1427, fra le carte della Compagnia , si leggono i confini della proprietà.

L’allargamento dei beni, dovuto alla pietà, al profondo spirito di carità, al desiderio di essere accompagnati alla sepoltura oltre a quello delle preghiere e dei suffragi, determinato dalla paura dell’al di là dei fratelli e anche dei non fratelli, consentiva alle compagnie di far fronte alle necessità di mantenimento degli spedali e delle opere pie al di là delle elemosine e degli altri proventi derivanti dalle quote sociali o dalle pene inflitte; la crescita delle difficoltà di operare per il bene di tutti, indusse le compagnie ad accettare queste donazioni, fino addirittura a consigliare e prescrivere ai fratelli di ricordarle nel proprio testamento.

I possedimenti della Compagnia di San Pietro, escluso quelli che si trovavano dentro la cinta muraria del paese, erano quasi tutti situati ai piedi della collina di Montalcino, nei territori a Nord- Ovest di essa, lungo il corso del torrente Suga.

Oltre al podere di Luca di Segna, da considerarsi uno dei lasciti più estesi e redditizi, la Compagnia possedette nel corso degli anni il podere della Montanina, posto in Val di Suga, vicino all’oratorio della Madonna del Piano.

Nella stessa zona era proprietaria di un pezzo di terra e di una vigna che erano appartenute a Domenico di Marco di Luca.

In Val di Suga sappiamo che era situato l’oratorio della Madonna del Piano, formato da una chiesetta e da un podere attiguo che veniva dato in affitto. Quando e come la Compagnia sia entrata in possesso di questo bene non lo sappiamo.

La vigna posta nella contrada del Bucino fu invece ereditata da ser Paolo di Mino notaio e confratello.

I  campi del Perignano erano appartenuti a Senese di Giunta e alla moglie mentre un altro appezzamento era stato ereditato da Filippo di Ciardello; accanto a questo la Compagnia possedeva un altro grande pezzo di terra e un prato.

Anche la terra della villa di Frassina dava buoni frutti che dovevano essere dati in elemosina.

A Santa Restituta la Compagnia possedeva un pezzo di terra, delle vigne e un uliveto posto nella contrada Rigagno.

In seguito entrò in possesso della vigna del Fornello.

Un’altra vigna era posta nella contrada di Pescaia mentre l’uliveto posto al Pietricaio, lasciato dalla moglie di ser Griffo di ser Paolo era di proprietà comune con la Confraternita della SS.ma Annunziata.

La vigna del Matrichese era dono di donna Francesca di Luca.

Nella zona dell’Acquabona era situato un castagneto formato da una presa di castagni selvatici e una di castagni domestici mentre nel poggio di Montecalbello, dietro alla chiesetta della Madonna del Piano, il possedimento era costituito da un’estesa e folta macchia di lecci ed  altri boschi si trovavano sul poggio di Montosoli e ai piedi di esso.

In Val di Suga la Compagnia era proprietaria di altri campi, appezzamenti di terreno e prati.

Poi c’era la terra a Piombaia e alla Villa a Tolli e le vigne al Pecorile e a Porta Nuova, a Pian di Macina, al Canale e al Pisciolo.

Consistente era la proprietà costituita dal podere che fu di Tengoccio d’Enea di Siena posto nella zona di Abbadia Ardenga e Castiglione del Bosco.

Del Mulino della Suga o delle liti, la Compagnia era venuta in possesso poco a poco, attraverso lasciti o acquisti di varie parti di esso. Molti erano coloro che vantavano dei diritti sopra questa proprietà, tanto che scoppiavano continuamente delle zuffe.

Del Mulino del Fiore o dell’Asso si entrò in possesso nel 1437 quando Jacomo Vanni detto “Giubbone” lo cedette alla Compagnia avendo con la stessa un debito di 800 lire.

Su tutti questi beni gravava il vincolo della inalienabilità e della destinazione del ricavato in beneficenza.

Altre proprietà rurali non sottoposte invece ad alcun  vincolo furono vendute come ad esempio un uliveto a Porta Castellana, due  vigne al Canale , un’altra nella contrada del Vetro, una presa di terreno nel piano di Mocali : il ricavato veniva comunque dato in elemosina o serviva per far fronte a tutte le spese necessarie ad un sodalizio, compreso il restauro delle chiese e cappelle: nel 1365 si fece restaurare la Cappella della SS.ma Annunziata e nel 1373 si commissionò a Bartolo di Fredi, pittore senese, di dipingere una grande tavola per abbellirne l’altare.

Dal 1361 al 1371 la Compagnia godette anche i frutti di un podere posto nella contrada di S.Polo.

Dentro le mura cittadine le proprietà erano costituite da case e orti che venivano affittati o fatti lavorare direttamente dai fratelli; uno di questi era nel Terzo di Sant’Angelo in Castel Vecchio.

Nel Terzo di San Salvatore aveva ereditato due case e una cappella

Un’altra casa si affacciava sulla Piazza del Comune mentre un’altra era nel Terzo di Sant’Egidio.

Nel 1408 si aggiunse a queste un’altra e un orto situati in Sant’Angelo in Castel Vecchio.

Inoltre molte furono le persone che donarono tutto ciò che possedevano di beni mobili alla Compagnia, sia mentre erano in vita sia subito dopo la loro morte. Altre beneficiarono il sodalizio con somme di denaro di cui indicavano la destinazione.

Oltre quindi a tutti questi beni immobili e a proventi in denaro e frutti, la Compagnia si costituì anche un ricco patrimonio di beni mobili fra cui non mancarono i contenitori per il vino che proveniva dalle varie vigne: sono botti di varie misure, tini, tinelli e botticelle che venivano non solo prestate ai fratelli che ne avevano bisogno ma anche affittati per ricavarne altri proventi.

Fra le carte della Compagnia del periodo osservato, sono arrivati fino a noi circa trentasei contratti di cui ventisei riguardano i beni rustici, una soccida e una vendita di bestiame, e otto si riferiscono alle proprietà situate in città. Si tratta in massima parte di atti che attestano l’affitto di terre dietro pagamento di un censo che nella maggior parte dei casi avveniva in natura; un contratto soltanto fra quelli riguardanti i beni rurali parla di censo in denaro e si riferisce alla terra del Matrichese. I tributi erano composti da grano, olio, vino, fichi ed altri frutti che dovevano essere consegnati direttamente a spese dell’affittuario nei magazzini della Compagnia. Al momento della stipula del contratto la Compagnia interveniva in aiuto dell’affittuario, per far fronte alle prime necessità, prestando denaro, attrezzi e semi, ad esempio il seme di grano. I prestiti dovevano essere restituiti senza naturalmente alcun interesse.

Per le operazioni di vendita o di acquisto di beni vigevano delle norme ben precise, stabilite dallo Statuto: nessuno ad esempio poteva o doveva vendere, comprare o far comprare ad altri fratelli alcun possedimento o altre cose dei beni della Compagnia che avessero un valore superiore a 20 soldi a pena di essere cacciato e di pagare altrettanti soldi di multa. Solo il procuratore e gli ufficiali eletti appositamente potevano vendere le possessioni, le masserizie e gli altri frutti. Ogni volta che si effettuava una vendita si dovevano recitare preghiere per l’amore di Dio e in suffragio dell’anima di colui che aveva lasciato quel possedimento alla compagnia.

Dalle terre coltivate direttamente dai confratelli per conto del sodalizio si ricavavano grano, fave, ceci, cicerchie, orzo, aglio, lino, olio e vino bianco, rosso e acquato: prodotti che  venivano poi distribuiti ai poveri o erano venduti per acquistare la cera, la carne per i Frati di San Francesco e per fare elemosine.

Con l’aumentare dei lasciti e del numero dei soci crescevano anche le somme da dare in beneficenza, rispondendo così alla finalità propria della Compagnia che era quella caritativa. Le elemosine venivano distribuite ai fratelli in qualsiasi momento essi ne avessero fatto richiesta al priore, ma in occasione di feste particolari esse venivano allargate ad altri strati della popolazione, comprese le fanciulle che dovevano maritarsi: ad esse elargivano non solo delle somme di denaro ma anche pezze di panno e tovaglie che concorrevano ad aumentare la loro dote. Delle spese sostenute per le sepolture non si ha alcuna notizia  nei libri dei conti ma lo Statuto ci parla di un libro del Camerlengo che serviva proprio a questo scopo e che riteniamo sia purtroppo andato perduto durante il trasporto in altra sede dell’archivio della Compagnia, dopo che essa venne soppressa il 1° maggio del 1785 insieme ad altri conventi e sodalizi della città. 

 

flagellant2.JPG (61459 byte)

 

flagellant1.JPG (93489 byte)

 

flagellant.JPG (96282 byte)

 

Church exterior 1.JPG (77388 byte)

Oleum.JPG (37594 byte)

San Pietro.JPG (46027 byte)

San Pietro keys.JPG (45835 byte)

Grower medieval.JPG (19744 byte)

Enzo house vineyard.JPG (31479 byte)

Grower medieval 1.JPG (14618 byte)

PROGETTO RISTRUTTURAZIONE

DESCRIZIONE PROGETTO E COSTI

CONTRIBUTI E RINGRAZIAMENTO

LISTA CONTRIBUTI RICEVUTI

FOTO GALLERIA

QUARTIERE PIANELLO

NOTIZIE SU SAN PIETRO DI MONTALCINO

COMPAGNIA DI SAN PIETRO IN MONTALCINO

L'ARTE DI VENTURA SALIMBENI

SPUTNIK POSTER DI SALIMBENI

ANDAMENTO DEI LAVORI

CONTATTI E LINKS

RITORNA ALL' INIZIO DEL TESTO

HOME